Martedì 28 Marzo 2006
Martedi mi sveglio motivato. Si, New York merita di essere vissuta ancora. Devo trovare come occupare meglio le mie giornate. A pranzo vado con Taline. È una ragazza a primo acchito simpatica e brillante. Lavora per
Christie’s la celeberrima Auction’s House. Andiamo a mangiare vicino al suo ufficio, Midtown, vicinissimo al Rockefeller Plaza. Mentre pranziamo, mi parla di una sua amica che lavora per uno studio legale e che sempre alla ricerca di Avvocati stranieri. Le darà il mio numero. Speriamo. Taline è gentilissima e dopo pranzo m’invita per un veloce giretto negli uffici, esposizioni e magazzini di Christie’s. Interessantissimo vedere la quantità di opere che sono stoccate in attesa di essere messe all’asta. Dopo questa visita guidata saluto Taline e torno a casa. Sento finlamente l’avvocato amico di un conoscente luganese che però mi avvisa che lui è in pensione. Si chiacchiera a lungo, prende il mio numero per ogni eventualità e molto educatamente mi saluta. Grazie e arrivederci. Preso dalla disperazione esco a bere un Gin-Martini downtown e in completa balia degli eventi finisco a cena con Vana. La porto al
Cafe Gitane. Spazziamo bellamente una bottiglia di rosso mangiando un abbondante pasto marocchino. Buonissimo. Andiamo, li vicino al
Public per un drink quando dal nulla compare anche Tamar. Ragazza dolcissima pure lei, si decide di andare al
Backroom, il locale “segreto” di Tim Robbins. Fantastico. Aperto, c ‘è gente. Finisco la serata dividendo il taxi con Tamar che mi obbliga ad andare a fare Yoga intesiva a 35 gradi con lei la mattina dopo… Guardo dal finestrino del taxi la città splendere in questa limpida notte... Forget Yoga.
Lunedi 27 marzo 2006
Mi sveglio prestissimo e mi dirigo al Cafe
DT.UT. Dietro a casa mia. Dosi massiccie di caffeina, computer portatile e via ad una nuova settimana di tentativi. La corsa all’oro per ora non sta dando frutti e più passa il tempo e più la ricerca diventa insensata. Verso sera decido di andare ad una conferenza organizzata da una delle associazioni di armeni di New York. La conferenza, “Things Armenian seen as Things Middle-Eastern” è tenuta dalla Prof.ssa Dadoyan dell’università americana di Beirut. Interessante. Dopo la conferenza ceno con un amico di gioventù di mio padre che mi riconosce quando sto lasciando la sala della conferenza. Andiamo proprio di fronte alla CNUY dove si è tenuta la discussione, ristorante si chiama
Heartland Brevery (350 Fifth Ave. and 34 street). È architetto e parliamo intensamente del più e del meno. Per finire raggiungo Vana, Nora e Monique in un bar che si chiama
Julep (9 Ave A and First Street). Niente di trascendentale. Torno in metro verso la 1 da solo. New York non è per nulla pericolosa.
Domenica 26 marzo 2006
Giretto pomeridiano con amici d’infanzia. Bedros, appena diventato papà e Mike, lui ormai esperto avendo 15 mesi di paternità alle spalle. Si cammina e si finisce per mangiare maluccio all’
Esquina (203 Lafayette btw Kenmare and Broome St.) ristorantino messicano che non lascia il segno. Lascia il segno invece
Dean & DeLuca, negozio di alimentari con bar caffé fantastico per i dolci e la musica classica sparata a mille per invogliare la clientela. Il livello della merce è elevatissimo. Trendyssimo anche il negozio Adidas retro-vintage di Soho. Torno a casa verso sera e crollo. Letteralmente.
Sabato 25 marzo 2006
Giornata ripiglio. Risveglio difficile e pranzetto ancora peggio in compagnia dei miei amici di Milano.
Terramare (65th Street-Madison) è un café tipicamente italiano. Si mangia italiano, si parla italiano. Ammetto che cerco di stare alla larga dai posti italiani, anche se a New York è praticamente impossibile. Vabbé. Piadina con rucola e ricotta. Mi sento a casa. Quasi. Raggiungo Lorenzo downtown. Passeggiatina a Soho, ci si lamenta della serata… troppo tardi, troppa festa, ma quando ci tiriamo in quadro? Quando? Quando? Sono anni. Finiamo al
Sui Lounge (Spring-Mulberry). Bello, ci raggiunge Lea, amica di Friborgo in visita al fratello per il weekend. Drink veloce, scappo a casa che alle 9 devo essere da Monica. Arrivo un pelo in ritardo, giustamente cool qua in America. Entro, ed eccomi in un appartamento con 7 ragazze e un solo altro tipo. Bevo qualcosina, parlo, sembrano tutte simpatiche, 4 addirittura carine. Si mangia Sushi, c'é chi fuma. Si va al
49 Grove (49 Grove St. btw Bleecker St. and Seventh Ave.). Taline e Michelle in taxi con me insaccano a dovere il taxista reo di aver preso una Avenue trafficata. Eccoci. New York City. Coda kilometrica davanti al locale ma visto che Michelle conosce entriamo subito. Il posto spacca. Stilosissimo tutto. Musica very attiva. Festa. Fiumi di alcool. Tutti ridono. Si parla, si balla… olé… arriva Lorenzo, innamorato delle armene. Da un momento all’altro mi trovo in taxi con Monica e Tamar. Arriviamo a casa loro. Café Noir. Torno da me alle 7. Distrutto. Bellissima serata.
Venerdi 24 marzo
Serata particolare. Sento Lorenzo e ci guardiamo un pò di basket in un bar. È la
March Madness. Il campionato dei college sta volgendo al termine e qui impazziscono tutti. Le partite sono spesso tiratissime ed è interessante vedere che esistono dei fenomeni a stelle e striscie che non vengono esportati dalle nostre parti. Ci mandano solo le cose peggiori: Dolcetto o scherzetto? Voglio la March Madness io. Na fetta di pizza al
Pomodoro, sconsigliato, un bloody mary al
Public, consigliato, sento Vana ed eccoci finalmente al Meat Packing District. La zona ex-macello della città è oramai da tempo diventata una delle parti più vive a livello notturno. Nello spazio di tre vie sono concentrati una qunatità incredibile di locali, ristoranti, bar e clubs.
Noi andiamo al One Little West 12 (1 Little West 12 Street). Vana e le sue 5 amiche (!!!) hanno un tavolo e Lorenzo ed io ci divertiamo alquanto attorniati da donne. Il locale è carino nulla di più. Una delle ragazze, Monica è di padre armeno e di madre Napoletana, parlicchia italiano. Pericolosissima. Finiamo per cambiare e si decide di andare all’
Happy Ending. In macchina mi rendo tristemente conto di essere l’unico in grado di trovare il posto. Make a left, make a right here. Here we are. Locale vuotino ma musica quasi sempre di alto livello. Happy Ending è una delle sorprese maggiori per me a livello musicale. Lorenzo ed io, finiamo la serata a mangiare un panino all’
Express, ristorante 24 ore che è strapieno alle 5 di mattina.
Giovedi 23 marzo 2006
Giovedi nel primo pomeriggio parte Raba. Back to Lugano. Io la sera bevo qualcosa con Monika la mia compagna di Università a Friborgo al Bar del
Library Hotel (41esima e Madison). C’è anche suo marito. Fortunello. Lei è bella e brillante. Quando tornano a casa vado a cena con amici di famiglia di Milano che sono qua per lavoro. Andiamo al
Bistro Novecento (W.Broadway-Spring) ristorante argentino a Soho. Mangiamo veramente bene. Dopo cena, tardi, loro tornano in albergo mentre io mi dirigo verso la metro. Arrivo dalle mie parti. Decido di berne una qua di fianco a casa mia, al
Back Page (1472 Third Ave- 83d Street). Errore strategico. Mi siedo al bancone, la cameriera di origine Ucraina mi tiene li fino alla chiusura.Bellissima e Brava. La tipa sa fare il suo lavoro, io pollo ci casco. Notte.
Mercoledi 22 marzo 2006
Mercoledi cena al
Rainbow Room (30 Rockefeller Plaza, 65th Floor). 65esimo piano del Rockefeller Plaza. È il 25 anniversario di una società farmaceutica e non chiedetemi come ci sia finito. It’s a long one. Incravattato tipo super gnocco arrivo al Rockefeller Plaza, prendo l’ascensore tipo razzo spaziale ed eccomi qua. Bella cena, mangio bene. Bevo bene. Guardo la vista e torno a casa dopo aver parlato con una marea di gente. Interessante.
Martedi 21 marzo 2006
Martedi sera Raba va alla partita. Oramai al Garden paga l’affitto. Vana propone
CBGB’s (Bowery – Bleeker). Come posso rifiutare. Storia della musica. Mi dice che è un concerto a cui vuole andare una sua amica e che è un po strano. Cosa? Strano? Vabbe vado al CBGB’s e vediamo com’è. Entro e mi trovo davanti un concertino particolare a due, tastiere e chitarra e dopo un quarto di canzone mi rendo conto che il pubblico è esclusivamente formato da gay. Lesbiche soprattutto. Interessante la vista, non in quel senso, ma comunque non troppo. Etero pochi e si notano lontano un miglio.

Il locale comunque è storico e si vede. Save CBGB’s mi bevo una birra in onore dei Ramones. Arriva Vana e ci spostiamo a mangiare un falafel in un posto consigliato da lei. Carino.
Mamoun’s (119 McDougal’s Street- Bleeker). Divorato il falafel, 2 dollari (!!!!) mi dirigo verso casa.Notte
Lunedi 20 marzo 2006
Lunedi non succede nulla di particolare,fino a quando decidiamo di andare a vedere
Woody Allen suonare al
Café Carlyle (35E 76th Street-Madison), locale che avevo notato il primo giorno. Arriviamo e mi rendo subito conto che sta per iniziare. Chiediamo al tipo alla porta se possiamo entrare, si, al bar c’è posto, quindi andate pure (il resto erano tavoli). Benissimo, si entra. Prendiamo due whisky e un ruhm cola e io mi appoggio ad una porta simil di servizio. Naca, tirati via, che da li con te non ci passa nessuno, dice raba. Ma chi vuoi che ci passi da sta porta sfigata, ridiamo di gusto, felici che fra un attimo vediamo il mitico Woody, la porta si apre di botto e io quasi cado all'indietro, mi giro, ed ecco che ho Woody a mezzo millimetro. Mitico. Il tipo è uguale ai film. Angosciatissimo. Parla in fretta, cammina in fretta, nervosissimo di suonare, si è anche scarsino, si siede ad un tavolo e si prepara.



Comincia il concerto. Che ambiente. Tutti ultra borsoni con famiglia a carico, belle donne sui quarantacinque, e la panoplia completa delle possibilità che offre la New York bene. Noi ci gustiamo il concerto. Incredibile, ma si è proprio Woody, che chicca questa, c’invidieranno tutti. Grandi.



Sta per finire e mi dico che vale la pena pagare le bibite cosi non aspetto troppo. Ah si, quando bevi e non vuoi pagare subito, dai la carta di credito al barista, che la tiene e carica le bibite. Chiedo il conto ed eccoci qua: 137.50!!!!!! più mancia 152 dollaroni!!!!! guardo il barman e gli dico subito in mood agressivo: “Ha sbagliato conto”. No signore, sono 50 dollari a persona il concerto…. Raba parte nella risata classica, che ancora un po Woody lo scrittura per il suo prossimo film, io ci penso e dopo aver parlato con baristi e manager vari… (mitica l’uscita che ho fatto…. I WANNA TALK TO YOUR MANAGER, CALL THE MANAGER!!!!!) firmo la ricevuta sapendo che sono io il coglione che appena ha visto l’entrata senza biglietti, pensava fosse gratuito. Sprovveduto. Notte.
Domenica 19 marzo 2006
Mi sveglio dopo una dormita mai vista. Fame.
Hamburger Heaven. Ci mangiamo il vero hamburger all’americana. Facciamo un giretto domenicale a Time Square dove assistiamo ad una scena di ordinaria follia americana. Ad un certo punto vediamo un orda di ragazzini impazziti correre tutti verso una direzione, i ragazzini sono tanti, a tal punto da creare una considerevole confusione. Spaventati osserviamo la scena senza però capire di cosa si trattasse. Tanto confusa la situazione che i poliziotti, sorpresi quanto noi hanno tolto le pistole puntandole sui ragazzi. Ho notato un parapiglia generale e qualche pugno volare. Ma devo ammettere che in nessun modo ho potuto percepire cosa fosse successo veramente. Altre macchine della polizia e un bello spavento, nulla di più. Ecco l’antipasto per i Miami Heat al
Madison Square Garden. Arriviamo in netto anticipo dopo aver tenuto il naso all’insù sotto l’
Empire State Building.

Raba, che al Garden è decisamente più di casa del sottoscritto, mi guida fino ad una postazione in cui riesco tranquillamente a scattare qualche foto. Bello. Bella sensazione quella di essere al Garden, uno dei tempi della pallacanestro, uno di quei parquet su cui Jordan ha scritto la storia della pallacanestro. Il brividino mi corre attraverso la schiena e felice come un bambino in un negozio di giocattoli mi guardo in giro incuriosito. Raggiungiamo le nostre postazioni, decisamente rialzate, ma comunque comode per gustarsi un degno spettacolo. L’ambiente al Garden è di quelli meno contaminati dalla cultura Europea. Giusto ricordare che New York è una città molto europea, che spinge in quella direzione e che cerca in ogni modo di districarsi dall’etichetta poco lusinghiera delle altre metropoli a stelle e striscie. In barba a questa teoria dentro al Garden c’è un odore di fritto e di carne cotta che non può altro che lasciare il segno. Completamente massacrati dall’odore nauseabondo raba ed io facciamo tombola e ce magnamo il
“foot long hot dog”, trattasi di bestione da circa 20 cm di lunghezza che viene comunque divorato in tre nanosecondi. La partita si rivela noiosa, troppo forte Miami, bello vedere Shaq e Wade dal vivo. Sono felice, grazie Raba.



Partita finita, si esce al freddo di nuovo. Mi sembra di avere accennato poche volte che le avventure dei vostri eroi sono condite da un clima che non si addice a sortite di nessun tipo. Mi dico che raba deve vedere il
Meat Packing. Prendiamo la A verso la 14esima. Peccato che sta volta il naca stecchi completamente sbagliando zona, finisce nell’apice west del west village. Eccolo. Si guarda in giro e come una folgorazione si ricorda che da queste parti c’è il
Corner Bistro (331 W. 4th Street-Jane Street).“What everyone's really here for is the Bistro Burger: an eight-ounce slab of juicy grilled beef piled several inches high with melted cheese, bacon and raw onions. Served on a paper plate that invariably turns into a greasy pulp, it's one of the heftiest, messiest and, at $6, cheapest chunks of cow you'll have in this town” Notte.
Sabato 18 marzo 2006
Sabato mi sveglio con un “leggerissimo” mal di testa. Penso alla serata e sono decisamente felice che raba se la stia godendo. Mi rendo conto di essere stanco, ho le batterie scariche. Si pranza all’
Express (Park Ave. And 22 Street). Ci accompagna Maral ragazza di Nizza amica di famiglia. Come al soltio è guerra per sedersi ad un tavolo. Sto paese ha delle regole ferree per quanto riguarda la ristorazione. Quindi si aspetta Maral per sedersi. Vabbe, alla fine riusciamo a mangiare. Si ride. Cerco di recuperare dalla serata. Shopping nel pomeriggio al
Classickicks (298 Elizabeth Street-Bleeker) e al
Brooklyn Industries (286 Lafayette St., btw Houston and Prince Sts). Acquistoni. Andiamo a riposare. Poi vagonata di Sushi allo
Yama (92 W. Houston Street), buono e poco caro malgrado fosse massacrato dalle guide. Digestione difficoltosa vista la quantita, si opta per un tranquillo
Capote all’ Angelika Film Center nel Greenwich Village (18 W. Houston-Mercer). Grandioso Philipp Seymour Hoffman. Oscar meritatissimo. Anzi, faccio fatica a ricordare una prestazione di tale intensità.
Venerdi 17 marzo
Oggi è
St.Patrick’s Day e si vede. Esco di casa primo pomeriggio e i Bar sono già stracolmi e l’odore di birra è dominante. Rossi e biondini dovunque vestiti di verde urlano brandendo birre. Polizia da tutte le parti. Code nei metro. Code per qualsiasi cosa. Gente dovunque. Comunque sembra di essere in una Oktober Fest senza recinti… Qua prendi proprio possesso della città trasformandola senza mezzi termini in un festival dell’irlandese ubriaco molesto. Giriamo mica male Midtown dove c’è l’apice della festa. Scatto qualche foto della parata.


In zona c’è pure l’NBA store, quindi giretto obbligatorio. Divertente come sempre. Poi decidiamo di berci una birretta e quindi mi sento obbligato a finire in uno dei migliaia di pub irlandesi, ma subito mi rendo conto che è impossibile. Tutti troppo pieni. Camminiamo fino a
Grand Central, la mitica stazione ferroviaria, senza trovare nulla. Entriamo e mi viene in mente che dentro c’è la
Micheal Jordan’s Steakhouse. Bello, beviamo una birretta al bancone, Raba si fa rimorchiare da una 50enne decisamente brilla che lo guarda con occhio interessato. Raba, gelido risponde a monosillabe. Lo guardo sorridendo. Mi manda a cagare e ci congediamo. Raba va al Garden, io torno a casa.

Dopo un paio d’ore decido di farmi un giro. Pazzesco, dovunque ancora gente ubriaca. Devo proprio andare fino alla Lower East Side per non percepire San Patrizio. Resta il fatto che percepisco eccome il freddo. Glaciale. Nel tragitto bevo un bicchiere di rosso al Cafe Gitane e finalmente arrivo al Max Fish, sbevazzo qualche birra cerco di attacar bottone con tutti, uomini e donne.Prima o poi Raba arriverà. Verso le 10.30 Raba arriva eccitatissimo dalla partita. Andiamo a mangiare al
Paul’s Boutique li di fianco. Anche il cibo si rivela buono e chiaccheriamo con la cameriera. Ci ricorda che il
Backroom (Norfolk btw Rivington and Delancey) ora sarà aperto. Infatti lo troviamo senza indugi, scendiamo nel corridoio nascosto ed eccoci all’interno di questo posto fantastico. Arredato fino al minimo dettaglio, questo bar nascosto ti offriva, ora non più, la possibilità di farti servire da Tim Robbins, proprietario del posto.

Raba ed io, comodamente appoggiati al bacone discutiamo sorseggiando un drink quando all’improvviso veniamo abbordati da due bellissime ragazze che dopo pochissimo tempo, affascinate dai due italofoni ci chiedono se vogliamo andare da loro. Raba ed io, decisamente annoiati da questi continui tentativi delle ragazze più belle della città preferiamo rimanere a gustarci meglio il locale. Quando apro gli occhi mi rendo subito conto che le due tipe sono ancora li al loro tavolo e che non ci hanno nemmeno lontanamente degnate di uno sguardo. Mi rifaccio godendomi il locale e la sorpresa che si prova una volta attraversato quel corridoio della lavanderia e delle cantine per poi entrare in un salone bellissimo, arredato alla perfezione, con adirittura il camino. Le bevande vengono servite in tazze per il te, come nell’era del proibizionismo mi spiega la cameriera. Ci guardiamo intorno, carino, ascoltiamo la musica e decidiamo di andare a vedere altro. Entriamo al
Pianos (158 Ludlow Street-Btw Rivington and Stanton), troppo pieno, al
Living Room (154 Ludlow Steet-Btw Rivington and Stanton Streets), troppo vuoto, e al
Dark Room perfetto.. Finita la serata e dopo qualche birra ci ritiriamo. Raba scopre nuove parti di New York. La città gli piace. Sono felice. Notte.
Giovedi 16 marzo
La giornata inizia al rallentatore. Io e Raba ci fermiamo a bere un caffè dalle parti di casa mia in un posto che si chiama
DT.UT (1626 Second Ave. Btw. 84-85 Street). Beviamo qualche caffè e ci mettiamo a scrivere la seconda puntata di small talks, la nostra rubrica di Re.Set.

Finito Raba vuole farsi un giro a Central Park. Prima gli faccio mangiare un Better Burger e per oggi mi chiamo Steve. Passeggiamo per Central Park per quasi due ore parlando allegramente. Sorprendente come questa fetta di verde nella città possa trasmettere quiete e pace rispetto al caos più totale. Piacevole, il silenzio del parco, ci permette inconsciamente di fare una chiacchierata molto intensa. Raba è una persona deliziosa con cui si riesce seriamente a toccare qualsiasi tipo di argomento. Mi fa veramente piacere che sia qui. Non passare l’ottanta per cento del tempo da solo mi rigenera soprattutto a livello psicologico.

Finito il parco è arrivati verso Midtown, decido di portarlo nella Lower East Side. Metro F direttamente fino a Delancey. In metro faccio notare che siamo gli unici due che parlano fra di loro. Non c’è nessuno d’altro in compagnia. Raba non se n'era accorto. Arrivati passeggiamo. Passiamo da
Alife (158 Rivington-Surfolk) mitico negozio di “sneakers”, poi passiamo davanti al Living Room e per finire ci ritroviamo a bere un caffè al
Paul’s Boutique (ludlow-Rivington), buono, chiedo alla tipa di consigliarci qualche ristorante e mi parla del Backroom, un locale che si trova su Norfolk ma che è considerato segreto perché nascosto sul retro del sotternaeo di una casa. Chiaramente, curioso come sono ci vado subito. Lo troviamo dopo diverse domande ma è chiuso. Ci tornerò. Decidiamo di tornare e notiamo che in una strada stanno girando un film. Traffico circa bloccato, passanti pure, mi diverto ad osservare la scena. Come già detto New York è anche questa. Andiamo a mangiare Giapponese con Raba, Vana e una sua amica. Ci si diverte, Raba espone un degnissimo inglese e intrattiene le donzelle con la sua celeberrima R moscia… Finito di mangiare, squisito come sempre il sushi a New York, decidiamo di andare a bere qualcosa al
Public (215 Elizabeth Street-Spring).

Bellissimo. Bancone, luci, vale veramente la pena passarci una serata tranquilla. Musica a volumi bassi. Bella gente. Tutti stanchi, torniamo a casa. Divido il taxi con l’amica di Vana che abita vicino a me…. Lasciamo perdere. La saluto con il sorriso.
Mercoledi 15 marzo
Mi sveglio nel New Jersey dopo aver passato la giornata di martedì con la family. Colazione insieme, saluto il mio mitico cugino gemello che torna ad LA ed eccomi sul ferry che attraversa l’Hudson River. Arrivo sulla 38esima, ribenvenuto nel caos totale di sta città e dopo una tratta in bus e una “passeggiatina” arrivo a casa. Il tempo di rimettermi in sesto e di nuovo via verso Downtown. East Village per la precisione. St. Marks Place, Raba dorme li. Arrivo in zona e lo trovo già in un negozio di dischi,
Norman’s (St Marks Place e Second Ave.). Carino, Raba ha naso, e si vede anche da queste parti. Amante di Cuba (o delle Cubane?) decido di portare il ragazzo a mangiare al
Cafe Habana (17 Prince Street- Elizabeth). Mangiamo abbastanza bene, riprovo a smollare un altro dei centoni “sospetti” ma nulla, torna diretto al mittente con tanto di dedica:”Non abbiamo il resto” vabbé, mi giro, ci sono solo altre 30 persone dentro al ristornate. Paghiamo e via. Comunque il café Habana merita, infatti uscendo c’è la tipica coda da New York.
Dopo l’Habana Naca in grande crisi da shopping decide che è arrivato il momento di cominciare a cercare scarpe.
Classic Kicks (298 Elizabeth Street-Bleeker) è il primo obiettivo della caccia e risulta essere nettamente il negozio meglio fornito. Entro qualche giorno tornerò. Alife è l’altro ma lo lascio a domani.
Café Gitane (242 Mott Steet – Prince-Houston) per un caffè prima della serata sembra essere la soluzione più interessante infatti il posto è veramente carino. Caffè buonissimo seguo Raba nell’idea di mangiarsi una macedonia di frutta. Squisita. Camerierine carine, Raba bello lanciato ad un certo punto mi dice: Quella mi ha sorriso... Provaci gli rispondo, cosa aspetti. Mi guarda stizzito, va che non sono mica venuto per questo… e per cosa allora? Per trovare te a New York e per vedere i Pistons. Se vedo Hamilton uscire dai blocchi sarò felice almeno per un anno. Mitico Raba. Chi deve capire capisca. Comunque il Gitane è carino. Popolato da gente interessante sembra essere proprio un ritrovo "in-hip" nella zona di Soho-Nolita. Mi guardo attorno e noto che tutti consumano allegramente esponendo grossi sorrisi. Osservo i piatti che sembrano proprio gustosi.

Sono le 7. Ora di andare al
SOB’s (204 Varick’s- W. Houston). Stasera suonano i Dilated Peoples e i Little Brother. Una delle leggende dell’hip hop intelligente della west coast e una delle realtà underground più interessanti degli ultimi tempi. Bello vedere qualche concerto hip hop in America.

Sempre interessante. La gente, gli sguardi, le faccie scure, chi fa il gangster, chi fa il pappone, chi si diverte, e chi come noi, si guarda soprattutto in giro. Infatti, verso la fine dei concerti, e nonostante le migliaia di allusioni all’erba che fanno i vari artisti che si alternano sul palco, vedo una scena abbastanza terrificante è sintomatica della apertura mentale di questo paese. Appena un ragazzo accende una canna quattro della sicurezza lo braccano abbastanza violentemente mostrandogli l’uscita. Fino qui va bene. Solo dopo qualche istante noto che si sono tenuti la cartà d’identità del tipo. Chiameranno la Polizia. Il concerto finisce tardi, bello sono soddisfatto della mia scelta. Raba stanchissimo e in evidente preda del fuso torna in albergo. Io, come sempre non contento della serata vedo Vana e altri e giro ancora qualche locale senza cavarne comunque un ragno dal buco. Poi scappo pure io.

In taxi da solo osservo la notte. Sono quasi due settimane che sto vivendo New York e ho ancora quella sensazione di urgenza che caratterizza chi vuole viverere una città nonostante il poco tempo disponibile. Ecco, tre mesi, speriamo, sembrano veramente un brevissimo lasso di tempo rispetto ad una città colma d’infinite possibilità come questa. Mi sento piccolo. Piccolissimo. Guardo le luci accese dei grattacieli e dei palazzi. Cerco di immaginare quanta gente viva al di là di quelle finestre illuminate. Mi sento veramente una piccolissima, minima frazione di tutto questo, praticamente impotente di fronte alla quantità di gente che lotta. Qui se non dai il 120% di te stesso, ti mettono alla porta. Ce ne sono altri mille che vogliono il tuo posto e la tua pelle disposti a lavorare al 150% facendosi pagare pure meno. Sguardo fisso sulle migliaia di luci tra le quali il taxi mi sta accompagnando, penso alle mille eventualità. Sono disposto a ricominciare tutto da capo e cercare di farmi strada qui? Sono disposto a rinunciare alle certezze che la nostra vita, anche se ovattata, ci regala? Non lo so. Proprio non lo so.
Lunedi 13 marzo
Giornata al parco. Scrivo, leggo, faccio foto. Anzi no, foto no perché una signora mentre sto per farne una ad un prato pieno di gente mi apostrofa commentando “ti piacciono le foto alle ragazzine, cosa ci fai dopo?”. Mi giro e la mando a cagare. Scusate il linguaggio ma fanculo la tipa, come si permette? Il suo paese ha appena criminalizzato l’aborto nel Sud Dakota, nemmeno dopo stupro o per incesto sarà permesso, e questa guarda cosa mi viene a dire. Sbagliato generalizzare. Comunque
Central Park è una figata. È come un polmone verde in mezzo alla penisola. Una fetta di silenzio e pace nel marasma generale di questa metropoli.

A guardare la cartina della città potrebbe apparire forzato, ma reputo importante il verde nelle città e se non fosse per Central Park sulla penisola di Manhattan non ce ne sarebbe nemmeno un angolino. Dopo aver assaporato questa importante parte di Manhattan e dopo essermi fatto trattare da pedofilo torno verso casa, mi cambio e vado al
Joe’s Pub (425 Lafayette St. btw 4th St. and Astor Pl.) per vedere Isobel Campbell voce dei Belle and Sebastien. Mentre sto per entrare capisco che il concerto è appena finito. Ok visto che siamo a New York e che il sottoscritto è preparatissimo mi sposto al
Tonic (107 Norfolk St btw Rivington and Delancey Sts.) per vedere Tunde Adebimpe dei Tv on the Radio, uno dei mille gruppi di Brooklyn che ho imparato a conoscere e che nel 2004 aveva pubblicato un album straordinario. Tunde suona al Tonic. Posto piccolissimo, ci saranno 50 spettatori.

Tunde Adebimpe usa la sua voce campionandola a strati. Interessante. L’avevo già visto fare da Jamie Lidell quest’estate a Belfort. Presenta anche pezzi del prossimo album, ride, parla con il pubblico, chiama le canzoni schizzi. Divertente insomma,e musicalmente interessantissimo.

Esco dal Tonic e me lo trovo davanti. Complimenti, Tunde sorride. Gli dico che devono venire in Svizzera. Si, forse Basilea, ho un caro amico li, tu di dove sei? Lugano. Ah si è il sud, risponde, sicuramente meglio vivere dalle tue parti. Lo saluto. Un drink al
Schiller’s Liquor Bar (131 Rivington St - Norfolk St.) che risulta essere decisamente bello ma veramente caro. Bella gente anche. Consigliato. Sono stanco, torno e per una volta decido di prendere la metro nonostante l‘orario e il rischio di dover aspettare tanto. Invece aspetto poco, osservando la gente della notte.

Scendo al piano di sotto. Treni Express. Aspetto poco, quanto basta per confermare nuovamente la teoria di settimana scorsa. Soprattutto in orari meno “sicuri” di altri. Ci sono quasi esclusivamente solo neri nel treno. La scala, ricordate? Questo è il gradino più basso, l’express train. Solo cinque fermate a Manhattan. Fiancial District, Union Square, Grand Central, 86esima e 125esima, e c’é gente che non potrà mai nemmeno provare a salirla la scala. Ragazzini neri che andranno a scuola nel loro quartiere, scuola non abbastanza buona per andare in una High School abbastanza rinomata per entrare in un college rinomato per poter ambire agli uffici nei piani alti di Manhattan e girare in taxi. No, voi restate qui sotto. Non vogliamo vedervi. Lavorate per noi ma vi nascondiamo li sotto. Non luccicate abbastanza.
Domenica 12 marzo
Grande dormita. Infatti domenica l’unica cosa che faccio é andare a passeggiare con Mike, vecchio amico dell’isola armena vicino ad Istanbul dove si sono conosciuti i miei e dove sono andato per qualche anno in vacanza io. Avevamo 17 anni e facevamo i coglioni. Ora lui è sposato con una di 38. Convivono con la prima figlia di sua moglie che ha 15 anni. Intanto ha avuto Alexandra, sua prima figlia. Mi ha cambiato la vita, mi dice. Non faccio più cazzate. Mai. Prima viene il suo benessere. Prima preoccupazione è che lei stia bene. Poi il resto. Mike è un grande. Mi chiede come siano le tasse in Svizzera. Vuoi trasferrti gli chiedo? Sorrido. La vita qua è troppo pesante. Resta dove sei Rupen. Quando lui torna a casa nel New Jersey vado al cinema. Opto per vedere un film indy e quindi vado all’
Angelika Film Center nel Greenwich Village (18 W. Houston-Mercer). Vedo the Squid and the Whale. Sensazione indy del 2005. Di Noah Baumbach. Non male. Niente di più. Al ritorno mi mangio un insalata non so più dove. Pago con un centone. Non ho altro. Mi guardano storto. È falso mi dicono. Fanculo, non è falso. L’ho appena prelevato. Arrivano altri due camerieri. Pago con la carta di credito. Eroe.
Sabato 11 marzo 2006
Comincio a sentire la stanchezza. È appena passato l’effetto del fuso che ora comincio a sentire le conseguenze di questa settimana follemente party… Mentre esco di casa per farmi una passeggiata sotto il sole decido che devo fare il bravo settimana prossima, si si si... Vado a Union Square. New York è strana quando c’è il sole. Nel midtown soprattutto, il sole non arriva dapertutto bloccato dall’infinito numero di grattacieli che nel loro intrecciarsi non gli permettono di illuminare l’intera città. Downtown invece, dove i palazzi hanno dimensioni prettamente europee il sole, liberato dal muro appena descritto, sovrasta incontrastato la città.

Arrivato a Union Square prendo da magnare e mi siedo nel parco. Pazzesco. Ci sarà almeno un migliaio di persone sedute dapertutto. Chi mangia, chi legge, chi ascolta musica. Bambini che festeggiano compleanni, cani che giocano fra di loro. Niente di nuovo insomma, ma la quantità di persone è veramente insensata. Si, effettivamente è una bella giornata. Fa quasi caldo. Ma resto comunque piuttosto sorpreso. Penso alla serata che mi aspetta. Sushi downtown con gente che non conosco. Solo una tipa amica di amici che ha saputo che ero in città e mi ha invitato. Fa piacere, ma forse sarà una noia mortale.


Arrivo al ristorante, si chiama
Zutto (77 Hudson Street) e noto subito quale dovrebbe essere la tavolata. L’unica persona che conosco non c’è, decido allora di aspettare al bar. Una tipa è decisamente carina. Proprio lei si alza e viene verso di me sorridente… Are you Rupen? Sorrido, si sono io… mi siedo esattamente in fronte a lei ed a uno con la faccia da sfigato. Infatti all’istante noto subito che lui a mò di cane che piscia per delimitare il suo territorio prende per mano la ragazza. Capito fratello, è la tua tipa. Bravo figliolo. Io, non so perché, educato, smetto di cagarla.
La mia amica arriva. Si mangia, si discute, bella compagnia. Mi diverto. Noto un’altra tipa. Beviamo sake insieme. Scopro che è mezza croata e mezza armena. Meglio ancora. Alta, slanciata ha anche un bel caratterino. Ci dividiamo tra 4 taxi e via tutti al
Manhahatta (Bovery-Bleeker). Sto posto da fuori non mi piace. Seconda volta che arrivo e seconda volta che ci rompono i coglioni all’entrata. Stavolta la mia amica prende in mano la situazione e ci apre finalmente le porte del “paradiso”. Locale accogliente, decisamente ben arredato, mi sembra anche musicalmente piuttosto intrigante malgrado la sua natura un po tamarra. La serata prosegue bene. Si continua a chiaccherare. La ragazza mezza croata è di quella pasta che proprio non mando giù. Flirta con tutti. Sapendo di essere carina, cerca di ammagliare mezzo locale. Ed effettivamente ha mezzo locale che le ruota attorno Beve tanto e presto comincia a barcollare. Dei ragazzi vanno all’assalto. Tristezza ste scene. Comunque la serata va meglio del previsto e ho conosciuto un sacco di armeni simpatici. Felice saluto i pochi rimasti, e faccio il mio salto nelle zone più buie.
Dark Room ultrapieno mi regala la birra della staffa in compagnia di 2 danesi che scopro essere di un gruppo mai sentito che si chiama epo-555. Devono suonare al
Mercury Lounge. Non male. Notte.
Venerdi 10 marzo 2006.
Dopo aver passato l’intera giornata a scrivere email in giro per trovare qualcosa da fare, esco di casa verso le 6. Direzione Brooklyn. Mangio un hamburger salutare al
Better Burger (1614 Second ave) qui dietro casa. Il loro motto è proprio questo ed effettivamente sembra cucinato con più cura dei soliti. Mi abbuffo e vado a prendere la metro. Union Square si cambia. L train to Brooklyn. Scendo dopo quasi 20 minuti a Bedford Ave dopo essermi fatto il fiume in un tunnel sotteraneo. Salgo per strada e mi rendo conto che Brooklyn non è Manhattan. In giro pochissima gente. Zero macchine. Calma, silenzio. Mi ero quasi dimenticato della sensazione di camminare da soli per strada la sera. Ecco, effettivamente mi viene naturale guardarmi in giro, ma non c’è nulla di cui preoccuparsi. Mi faccio una bella passeggiata e arrivo al
Warsaw (261 Driggs Ave).


Il Warsaw non è il solito locale per concertini, infatti trattasi del centro culturale polacco di Brooklyn munito di una spettacolare sala da concerti con pavimento adirittura in parquet. Stasera in programma ci sono tre band. Les Savy Fav guidano il lotto come headliners. Bene, la serata si prospetta lunga e quindi decido di farmi un giretto. Mentre osservo la sala mi rendo velocemente conto che questa mecca del rock di Brooklyn è veramente un centro culturale polacco. Cameriere, sicurezza, cucina, non c’è niente che non sia polacco. Anche la birra alla spina è polacca e scorre decisamente a fiumi. Esco per fumare. Chiedo l’accendino a Laurie, gentile comincia lei ad attaccare bottone. Lei non è polacca. Laurie, stranamente, è già stata a Lugano. Ma com’è possibile che tutti ci sono già stati. Comunque, fumo, Laurie e i suoi amici sono simpatici. Passiamo la serata insieme.


Concerto fantastico. I Les Savy Fav sono bestie da palcoscenico, soprattutto il cantante che risulta essere uno dei personaggi più carismatici e con presenza scenica che io abbia mai visto. La loro fama è motivata.


Sono felice, ho fatto bene a spingermi a Brooklyn per vedere questo concerto. Laurie e i suoi amici mi chiedono il numero di telefono. Vogliono adottarmi. Li saluto sorridente e torno verso la metro, Manhattan baby, ciao Brooklyn, ci si vedrà preto. Chiamo Vana, sta bevendo qualcosa al
Sunburnt Cow (137 Ave C- btw 8th and 9th street). Il posto proprio non mi piace. Particolarità nel gazebo super arredato sul fondo del locale, fumano tutti. Todd, il tipo conosciuto al Prawda in settimana mi dice di raggiungerlo al Broome Street Bar (363 West Broadway- Broome). Ok, taxi e via. Arrivo e mi rendo conto che più che raggiungerlo sono andato a raccoglierlo. Todd è da sbattere via e si decide quindi di andare a mangiare al
Veselka (144 Second Ave- 20th), un ristorante Ucraino nell’east village. Aperto 24 ore me ne ricorderò. Può sempre venire utile. Mangio un reuben, che scopro essere un tipico panino ucraino. Nel frattempo due ragazzi si baciano al bancone. New York è anche questa.
Una foto trovata sul net dei Les Savy Fav. Si commenta da sola.
Giovedi 9 marzo 2006
La giornata inizia in un Diner nel
New Jersey a mangiare pancakes e uova. Mio zio mi ha voluto offrire la colazione e non si può rifiutare. Il New Jersey è decisamente triste, america profonda. Non so nemmeno cosa aggiungere a parte che non vedo l’ora di tornare in città. Arrivo per le 3. Mi porta mio cugino in macchina. 9 marzo 1997-9 marzo 2006. 9 anni fa moriva Notorious Big e qui è un big deal. Le radio le macchine suonano inni a me famigliari. BIGGIE SMALLS! Scrivo ancora qualche mail. Vediamo di trovare qualcosa. Stasera cena con il tipo che lavora all’immigrazione. Esco di casa verso le 5 e vado verso Union Square. Alle 6 puntello con Vana in un bar sulla 32esima e Madison che non cito nemmeno. Il tentativo è di pubblicizzare l’open bar. Bibite gratis dalle 6 alle 7. Arriviamo: Bar lungo 15 metri, baristi? UNO. Preferisco pagare e non dover aspettare.

Me ne vado: Cena con Nadine e futuro marito Gerard all’
Express (Park Ave e 20th Street). Carino. Il ristorante è chiaramente francese e io mangio salmone alla griglia. Buono. Leggero, ogni tanto ci vuole. Nadine ha sempre quello sguardo che 12 anni fa mi aveva fatto perdere la testa. Lui mi piace. Sono contento per loro. Parliamo di tutto. Lavoro. Gerard mi dai dei fogli che devo ancora leggere. È gentile. È strano perché con Nadine, quando avevo 20 anni ci dicevamo che sarei stato io ad andare a New York a vivere perché lei diceva che in Svizzera non sarebbe mai venuta. A 30 anni invece comincia a tentennare. Sono già stanchi del ritmo di vita americano. Logorante. Lui verrebbe volentieri in Europa. Lei mi guarda. Io rido. Gerard mi dice che ad essere avvocato almeno i primi 5 anni lavori sicuro 6 giorni alla settimana, tipo 60-70 ore alla settimana. Roba da pazzi. Mai cazzo.
Dopo cena ci spostiamo al
Flute (40E 20th street- Park). Proprio li di fianco. Carino. Fanno tantissimi drink con champagne. Bottiglie a prezzi esorbitanti. Non succede nulla comunque. Continuiamo a parlare.
Sento Lorenzo, il tipo di Lugano. Decidiamo di berne una. Loro vanno a casa. Becco lorenzo su Bleeker e andiamo al
Movida (28 7 Ave tra Bedford e Leroy Street). Carino. Cameriere da favola mi fanno provare un po di Ruhm. Lui è ingrifatissimo. Parla con tutte. L’accento italiano però non tira. Peccato. Io esco a fumare. Mi faccio amico il buttafuori. Così se torno ci siamo. Entro easy. Sono le 2.30. Pizzetta veloce. Soliti rompicoglioni ci parlano di Beckham. Mi guardo attorno. La serata sta morendo. Bon, Max Fish time. Infatti è ancora pieno. Birretta della staffa. Per strada parliamo con tutti. Lui si diverte. Oggi va a Toronto. Torna domenica. Un po’ di Ticino ci vuole.
Mercoledi 8 marzo
Oggi sento presto mio cugino e passo la giornata in famiglia nel New Jersey. Mangio evidentemente di brutto. Mi rendo conto che dopo 4 giorni completamente in aria sta roba mi fa bene. Sono felice. Ah, tra l’altro, mio cugino, a cui assomiglio tanto, è pazzo.
Martedi 7 marzo
Mi sveglio verso le 10. La famosa telefonata non arriva, la tipa di Balestriere tarda a telefonare. Resto a casa fino alle 2. Scrivo email per altri impieghi. Vediamo. Non mi resta che tentare. Sento Monika, ragazza di Friborgo con cui avevo studiato. La conosco relativamente poco ma siamo rimasti in contatto anche dopo l’università. Ci vediamo in uno Starbucks sulla 48esima e Park Avenue, proprio di fronte al grattacielo UBS. Mi dice che ha appena avuto un colloquio con loro. Si è sposata in dicembre subito dopo aver passato l’esame d’avvocatura a Zurigo. Mi ricordo che lei era la migliore del mio anno. Laureata con voti pazzeschi. Tipo tutti 6. Una cima. In più è carina. Ora suo marito lavora a New York, e lei l’ha seguito. Grande. Parliamo quasi due ore. Il mio telefonino Svizzero continua vibrare. La Juve sta giocando. Al 70esimo perde 1 a 0 in casa dal Werder. Cazzo. Ci salutiamo. Usciamo a cena settimana prossima? Ti presento mio marito. E io che volevo fare l’amante… sorrido. Certo le dico. Fatti sentire.

Prendo la metro, decido di andare downtown per trovare un bar calciofilo. Provo con il
Gatsby’s (53 Spring Street – Lafayette), mi ricordo che l’ultima volta davano la premiere league. Intanto ricevo un messaggio da Miro. La Juve ha ribaltato il risultato. Grandi. Arrivo al Gatsby’s e infatti mi trovo davanti la partita. Mi siedo al bancone e di fianco mi trovo un ragazzo che appena mi vede interessato alla partita attacca bottone. È svedese. Zlatan ti piace? Si gli dico. Ci confondono sempre gli americani lo sai?. Ha ragione. Sorrido. Vedo Emerson rubare la partita mentre lo svedese è felice con una bella sudamericana. Appena lei va via un secondo si gira furtivo verso di me e mi dice che lei si ubriaca dopo un bicchiere di vino e che dopo fanno festa grande, amo New York aggiunge. Sorrido. Di fianco a lui c’è un tipo Irlandese che da 15 anni vive a NYC e un americano con famiglia a Reggio Calabria. Parliamo del più e del meno. Esco e vado a mangiare una bella insalatona. Sono quasi le 7 e non ho nemmeno pranzato. Mi chiama Nadine, lunga storia questa, riassumo dicendo che è il mio primo amore estivo negli anni del liceo. Si sta per sposare, una tipa proprio in gamba anche se con un caratterino. Durante la telefonata fa spesso allusioni al periodo che eravamo “insieme”. Mi minaccia dicendomi che se non ne trovo una più che perfetta, lei mi uccide. Le rispondo che a lei non piacerà mai la mia compagna. Ride, hai ragione aggiunge. Mi dice che Gerard, suo prossimo marito lavora all’immigrazione, che se ci vediamo lui può trovarmi un permesso, forse. Incredibile, giovedi sera andiamo a cena e se ne parla. Sono felice. Vediamo.
Da quel momento in via… circa alle 8.30 vago senza meta per la città. Mi dirigo verso Nolita e l’East Village. Passo davanti al
Bowery Ballroom (6 Delancey Street- Bowery) storico posto per concerti. Poi arrivo quasi alla Lower East Side e mi trovo davanti il
Living Room (154 Ludlow Street). Non posso non entrare ed eccomi nell’originale… chissà se Mauri lo sa. Vabbe bevo la birretta al Max Fish. Ancora? Si sono testardo. Sono convinto che è solo andando sempre negli stessi posti, almeno quando esco solo, che potrò conoscere gente. Infatti uno dei tipi dentro saluta. Vabbe finisce li. Un po triste decido che è meglio tornare a casa. Sono le 23.30. Aspetto la metro leggendo il primo pezzo di carta che mi capita per mano e tutto ad un tratto vibra il telefono. È Vana. Mi dice che lei e una sua amica vanno a bere qualcosa al Pasta dalle parti in cui sono io ora. Esco dalla metro ritrovando il sorriso. In strada chiedo ai primi due che passano. Conoscete il Pasta? La tipa, carina, nera, guarda subito sul suo super Blackberry venuto dal futuro. Si connette a internet e in due secondi mi dice... No. Non è qui. Ma da ste parti c’è il Pravda. Forse è li. Sorrido. Forse ho capito male io. Grazie. Mi dicono che vogliono bere un bicchiere pure loro e che mi accompagnano. Simpatici. Susan e Todd. Arriviamo al
Pravda (281 Lafayette Street- Houston and Spring street), un bar tendenzialmente russo con servizio scadente ma arredato con estremo gusto.

Susan è un vulcano, a due occhi vivissimi e continua a parlare. Arrivano Vana e Diana, la sua amica. Diana e Susan lavorano ambedue nel mondo della televisione e parlano non-stop. Io e Todd ci guardiamo negli occhi e sorridiamo. Amore a prima vista. Wow, grazie al Pasta di Rupen ci siamo conosciute. Quando vieni a Los Angeles chiamami… Susan gentilissima e felice per i nuovi incontri ci offre da bere. Si ride di come ci si è incontrati. Grazie allo svizzero mezzo perso a Manhattan. Tutti si scambiano bigliettini. Io fiero distribuisco il mio fresco di stampa luganese. Ci salutiamo ma Susan mi risentirà. La serata finisce in Taxi con Diana che abita dalle mie parti quindi si divide il viaggio. Mi descrive il suo lavoro come super bello, il mondo della televisione è interessantissimo. Le chiedo il suo bigliettino. Lei scende due bacini. Guardo il bigliettino. Travel coordinator. Scopro che la tipa banfa. Lavora come travel coordinator per un produttore. Il suo lavoro si riassume in riservare voli e alberghi. Ecco un'altra caratteristica dell’america. Sono tutti importantissimi.