Venerdì 7 aprile 2006
Venerdi finalmente si prospetta una giornata interessante. Stranemente però, nella notte tra giovedì e venerdì, non riesco a dormire. Strano. Chissà. Verso le 18 mi dirigo verso la New York Society for Ethical Culture Concert Hall (2 West 64th Street at Central Park West) per seguire una conferenza organizzata da svariate organizzazioni armene. Oratore d’eccezione per la serata è Robert Fisk, giornalista dell’Indipendent, corrispondente dal Medio Oriente e autore di “The Great War for Civilization”, opera in cui Fisk dedica un capitolo al genocidio Armeno. Pienone in sala, Fisk è accolto come un eroe del mondo libero. La sensazione anti-bush serpeggia nell’aria senza scomodare nessuno dei Dei della Washington che conta e questo sottolinea la sterilità di questi eventi, sopratutto qui a New York City.
Fisk comunque riesce ad accattivare in maniera abbastanza pungente la platea che lo applaude ad ogni uscita sensazionalistica e anti-capitalista che ci regala. Riesce anche a far dimenticare che la sua missione principale della serata è quella di vendere il suo manoscritto, missione, che a vedere la coda alla postazione in cui è largamente esposto, è da considerarsi compiuta. Felice di sentire un irlandese parlare ampiamente del genocidio decido di non fare il polemico e in taxi con le due tamar e Hagop faccio finta di essere entusiasta. Direzione Stir (73 Street and 1 Ave.) dove stasera c’é un aperitivo armeno. Olé. Una valanga di armeni che incontro raramente e che come al solito saluto brevemente. Ci sono I soliti noti e io, Tamar, Tamar, Hagop e altri elementi che ho incrociato durante la permanenza ci divertiamo assai. Vedo anche Hratch, simpatico biricchino, lo chiamerò per una serata all’insegna della festa prossimamente. Ragazze carine poche, maschi disperati troppi, mi rendo conto di essere fortunato con al tavolo questo popò di ragazze. Bevo qualche Gin-Tonic, chiacchiero animatamente e finisco diritto diritto nuovamente in taxi con le due tamar, e Hagop. Direzione Hudson Hotel e più precisamente il Library Bar (358 W. 58 Street-8 Ave.). Bellissimo bar all’interno dell’Hudson Hotel, offre non poche sorprese ai suoi clienti. Grandioso l’arredamento stile vecchia biblioteca, sorprende sopratutto per i suoi prezzi. Ci divertiamo moltissimo, chiacchierando, si parla del più e del meno. Stanchi gli altri tornano a casa mentre io, non felice della serata, spendo 15 dollari di taxi per raggiungere Vana un pò triste al Le Souk (47 Av. B btw 3 and 4 street) bellissimo locale dell’East Village con retrogusto arabo. È veramente bello e la sua fama lo precede. Riuscire ad entrare è sempre un problema. Chiedete ad Ago un anno e mezzo fa. Vana, alle 3 di mattina riesce a trovare qualche argomento. M’intrufolo, incontro qualche resto della serata armena allo Stir, e chiaccherando scopro che le mie conoscenze sono decisamente più interessanti della media. Una ragazza carina infatti mi dice, che strano, io non potrei vivere in Europa. Voi non contate nulla. We are the Best. Ho in mano una corona con dentro una fettina di Lime. Preferisco berla.

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