Sabato 4 marzo 2006
Esco di casa verso le 11 e mi dirigo subito verso Central Park. Camminando mi rendo conto che il sole tradisce le mie aspettative. Fa veramente freddo. Sicuramente sotto zero. Decido quindi di fermare per bere un caffe in un posto che si chiama Viand (1011 Madison Ave-78 street). Scopro, guardandomi in giro seduto al bancone, che il tacchino è la grande specialità della casa. C’è infatti un bel tacchino appoggiato sul banco della visibilissima cucina che osserva l’importante via vai di gente. Felice, guardo il vecchietto e gli chiedo il primo panino al tacchino che vedo nella carta. Lo sento parlare in greco con il suo compare. Si gira, cammina verso il microfono posto ad un lato del bancone che non avevo notato, lo afferra sicuro e recita con incredibile carisma il nome completo del mio fenomenale (si era buonissimo) panino. Tutti si girano, il personale sorride. Eccomi in america. Fanculo il caffè.
Mi muovo su Madison e per caso vedo un cartello con il nome di Woody Allen. È un Jazz club. Lui ci suona tutti i lunedi fino al 24 aprile. Bella li. Ci tornerò. Si chiama Café Carlyle (35E 76th Street-Madison).
Madison Ave nella Upper East Side, cosi si chiama il quartiere in cui abito io, si trasforma velocemente in una specie di passerella per ultra 50enni facoltosi che camminano accompagnati dalle loro belle compagne. Più ci si avvicina a Midtown e più i palazzi crescono al ritmo di un graduale crescendo di seni rifatti.

Nel pomeriggio vado nelle zone che conosco meglio, Downtown, Soho (South of Houston) e contorni. Prima tappa al negozio T-Mobile di Noho(North of Houston). Mi faccio una prepagata e ora c’ho pure il numero. Ecco adesso non è più una vacanza. Decido di festeggiare l’evento con una birra. Mi dirigo verso Nolita e per caso entro allo Spring Lounge (48 Spring Street-Mulberry), sono le 4.30 del pomeriggio ma qui sembra di essere in piena serata. Vedo che la maggior parte dei ragazzi, tutti bianchi e ben vestiti, vecchi college kids, stanno bevendo guiness. Ne prendo una anche io. 5 dollari. Onesto. Mi sento nettamente tagliato fuori e quindi esco. Testardo si, ma fino ad un certo punto decido di andare nell’unico posto italianissimo che conosco: L’Angolo (108 W. Houston Street -Thompson). Sulla porta il cartello che domani trasmettono Roma-Inter. Mi viene in mente che all’andata Totti aveva messo il cucchiaio dal limite. Paura. Berrò un buon bicchiere di rosso. Barbaresco mi dico. Al bancone guardo negli occhi la tipa, evidentemente russa e non di reggio calabria, e le chiedo un rosso italiano. “abbiamo il montepulciano?”. Hai qualcos’altro? NO.
Bevo questo sudatissimo bicchiere di rosso, quasi buono, e saluto l’altra cameriera con un ciao. Ciao, sei italiano? Si, di milano la faccio breve. Io di brescia, ti sei appena trasferito? La parola trasferito ha un gusto particolare in bocca, soprattutto se mischiato con un modesto bicchiere di rosso… Si le rispondo quasi fiero… ci rivedremo aggiungo. Pago e vado convinto che tornerò per il calcio, e anche per il suo culetto.
Mentre torno a casa vedo un negozio di dischi ancora vecchio stile. Generation Records (210 Thompson Street). Entro e la prima cosa che osservo è lo stile bello punk del negozio rispetto alla eterogeneità della gente. Tutti difensori della causa dei più deboli. A New York mi è sempre parso di capire che i piccoli negozi di dischi soppravivono grazie a questa gente. Trovo un disco interessante e chiedo al tipo se si può ascoltare. Mi chiede se ho un Cd player. No, ma non era l’età dell’IPOD questa? Guarda la copertina fa una smorfia schifata, si gira e solo in quel momento capisco che tutto il negozio subirà i Chin Up Chin Up. Il disco scelto dal naca…. In fretta e furia gli dico che lo prendo.
In serata, durissima uscire per il fuso, decido di raggiungere la mia amica Vana al Butter. (415 Lafayette Street -Astor Place). Il tempo di arrivarci canonici 15 minuti in metro e si è già spostata al Manhahatta (316 Bowery – Bleeker). Problema di New York come di tante altre metropoli, i buttadentro che sanno solo scuotere la testa da destra a sinistra a intervalli regolari. Il movimento alto basso non è nelle loro capacità. Vabbe. Chiamo fuori la mia amichetta. Uno sguardo veloce al mitico CBGB (315 Bowery – Bleeker) ma non è un posto da Vana, quindi ce ne andiamo… Io tornerò sicuro. Troppo Rock’n’roll. Happy Ending mi dice. Save CBGB. Ci tornerò. C’incamminiamo verso al Lower East Side alla ricerca di sto posto dove dovremmo beccare due suoi amici di San Francisco. Naca non ce la fa a lungo a mani vuote e la obbliga ad entrare nel primo posto decente che incontra per strada… LolitaBar (226 Broom Street-Delancey). Carino. Birretta veloce e via. Arriviamo finalmente a sto Happy Ending (302 Broom Street) e il posto è decisamente interessante. Da fuori niente. Sembra un bagno/Health cinese.
Invece all’interno la musica domina, la gente balla e beve. Due piani, di cui quello inferiore tradisce la vera caratteristica del posto. L’Happy Ending infatti era un bagno erotico cinese. Ristrutturato a dovere ne sono rimaste un paio di traccie indelebili, come le doccie nascoste e spaziose. Per clienti viziati. Bello. Arrivano i due amici simpatici, si chiaccerà, qualche corona, un shot di tequila, un gin tonic. Vana non ci sta più dentro e torna a casa. Io, bello brillo mi guardo in giro. Poi, sorridente e ubriaco torno a casa.
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